29ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

21 OTTOBRE SAN GASPARE DEL BUFALO

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1 NOVEMBRE: TUTTI I SANTI

32ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

33ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

34ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO:

NOSTRO SIGNORE GESU' CRISTO RE DELL'UNIVERSO

 

 

29ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Prima lettura
Is 53, 2a. 3a. 10-11

Dal trattato Sui Salmi di Didimo il Cieco
(n. 313 ca., + 398 ca.) (Sal. 48, v. 6: PG 39, 1384-1385)

Ascoltate, voi che credete di bastare a voi stessi a motivo della forza del cor-po e dell’oscurità della ricchezza. Abbiamo bisogno di essere riscattati per esse-re liberati dalla schiavitù del diavolo. Bisogna che ci sia un giusto riscatto, e non allo stesso modo dei prigionieri. Infatti nessun uomo può piegare il diavolo, né qualcuno che paghi per i fratelli. L’uomo dunque neanche per i propri peccati è tale da dare l’espiazione a Dio. Cosa ha di tale da dare come prezzo per l’anima preziosa?
Non cercare quindi un fratello per la redenzione, o un semplice uomo, ma l’uomo-Dio Gesù Cristo, il solo che può dare la propiziazione a Dio per noi, poi-ché Dio ha proposto lui come strumento di espiazione mediante la fede.
Dunque, come prezzo di redenzione della nostra anima è stato dato il sacro e preziosissimo sangue del nostro Signore Gesù Cristo. Pertanto siamo stati com-prati a caro prezzo.
Se poi l’uomo non redime, non è il solo uomo che ci redime, né ebbe bisogno di dare a Dio l’espiazione per se stesso. Perciò non fece peccato né fu trovato inganno sulla sua bocca (cfr 1 Pt 2, 22). Egli che ci redime né con un prezzo né con doni, secondo Isaia (cfr 52, 3), ma nel proprio sangue, non noi fratelli, ma diventati a lui nemici con i peccati. E dopo la libertà che si degnò di darci, ci chiama anche suoi fratelli. Dice infatti: Annunzierò il tuo nome ai fratelli (Sal 22, 23; Eb 2, 12), non secondo la natura della divinità con la quale siamo stati re-denti, ma secondo l’indulgenza della grazia, non avendo bisogno di espiazione, dato che lui stesso era lo strumento di propiziazione. Era infatti conveniente per noi un tale sommo sacerdote, santo, innocente, senza macchia, e con le realtà in aggiunta a ciò (cfr Eb 7, 26). Questi, essendo egli stesso la via e la natura in-defessa, sostenne i travagli in questo mondo. Era infatti stanco per il viaggio, e sedette presso la fontana.


Dal trattato Sull’adorazione e il culto in spirito e verità
di Cirillo di Alessandria (n. 370-380, + 444) (Lib. 10: PG 68, 688)

Egli infatti porta i nostri peccati e si affligge per noi (Is 53, 11) mentre viene immolato. Infatti la mano è in figura dell’opera e delle azioni. Del resto davanti al Signore viene immolato soltanto se anche il Padre consente a che il Figlio debba morire per noi; né in realtà è contrario vedendolo immolato, e non perché ap-provi del tutto il soffrire, ma non ignorando che il fatto che l’Emmanuele soffra per noi è salutare per il mondo. Egli dunque porta i nostri peccati e si affligge per noi, mentre sopporta l’immolazione per noi sulla santa croce.


SECONDA LETTURA
Eb 4, 14-16

Dal trattato Topografia cristiana di Cosma Indicopleuste
(n. prima del 535) (Lib. 7: PG 88, 345)

E di nuovo: Avendo dunque un grande sommo sacerdote, che ha attraversa-to i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede (Eb 4, 14). Il: che ha attraversato i cieli, è per dire che egli ha attraversato il cielo, se-condo la proprietà della lingua, e che esiste all’interno dei due cieli, come in una tenda non costruita da mano di uomo. E ancora: Avendo dunque fiducia nell’ingresso al santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi (Eb 10, 19-20); chiama ingresso nel santuario av-venuto nel sangue di Gesù il suo ingresso nei cieli, che fece assunto in cielo do-po la passione e la risurrezione; lo ha chiamato anche via nuova e vivente che ha inaugurato per noi, poiché egli, primo fra tutti, ha proceduto in un modo nuo-vo e recente attraverso quella via che è nuova e santa, e lasciando a noi un mo-dello.


VANGELO
Mc 10, 35-45


Dalle Catechesi battesimali di Giovanni Crisostomo di Antiochia
(n. 347, + 407) (Serie 1, cat. 2, 4: SC 366, 178-180)

Ascolta dunque cosa dice Paolo, come egli affermi a proposito del battesimo entrambe le cose, che è morte del peccato e croce: Ignorate forse che quanti fo-ste battezzati in Cristo foste battezzati nella sua morte (Rm 6, 3)? Il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui, affinché fosse annientato il corpo del peccato (Rm 6, 6).
Dunque, affinché non avessi timore, sentendo parlare di morte e sentendo parla-re di croce, ha aggiunto che la croce è morte del peccato (cfr Rm 6, 5-11).
Hai visto in che modo il battesimo è una croce? Impara come il Cristo abbia chiamato battesimo anche la croce, dandoti in cambio e ricevendo in cambio il nome. Ha chiamato croce il tuo battesimo. La mia croce, dice, chiamo battesimo. E dove ha detto questo? Ho un battesimo con cui devo essere battezzato (Lc 12, 50), che voi non conoscete.
E da dove risulta che egli parla della croce? Gli si avvicinarono i figli di Zebe-deo (cfr Mc 10, 35), anzi la madre dei figli di Zebedeo (Mt 20, 20), dicendo: Di’ che questi siedano uno a destra e l’altro a sinistra nel tuo regno (Mt 20, 21). E’ la domanda di una madre, anche se inopportuna. Cosa dice allora il Cristo? Potete bere il calice che io sto per bere (Mt 20, 22) ed essere battezzati col battesimo con cui io sono battezzato (Mc 10, 38)? Tu vedi come ha chiamato battesimo la croce. Da dove risulta ciò? Potete bere, dice, il calice che io sto per bere? Chiama calice la passione e per questo dice: Padre, se è possibile, si allontani da me questo calice (Mt 26, 39).
Vedi come chiamò battesimo la croce e calice la passione? Li chiamò così non perché egli veniva purificato - come, infatti, egli che non commise peccato né c’era inganno nella sua bocca (1 Pt 2, 22) -, ma perché egli stesso, con l’effusione del sangue, ha purificato da lì tutta la terra.
Per questo anche Paolo dice: Se siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua per mezzo del battesimo (Rm 6, 4. 5). Non ha detto: alla morte, ma: con una morte simile alla sua. Morte è quella e questa, ma non della stessa realtà: quella infatti è del corpo, questa invece del peccato. Per questo a somiglianza della morte.


Da La messe sur le Monde di Pierre Teilhard de Chardin, in Hymne de l’univers, Le Seuil, Paris 1961

Un tempo si portavano al tuo tempio le primizie dei raccolti e il meglio delle greggi, ma l’offerta che tu veramente gradisci, quella di cui hai misteriosamente bisogno ogni giorno per placare la tua fame ed estinguere la tua sete, non è nientemeno che la crescita del mondo trascinato dall’eterno divenire.
Ricevi, o Signore, quest’Ostia totale che la Creazione, mossa dalla tua attra-zione, ti presenta alla nuova alba. Questo pane, il nostro sforzo, non è in se stesso, lo so, che una immensa disaggregazione. Questo vino, il nostro dolore, non è ancora, purtroppo, che una bevanda dissolvente. E tuttavia, nel fondo di questa massa informe, tu hai immesso - ne sono certo, perché lo sento - un irre-sistibile e santificante desiderio che ci fa tutti gridare, dall’empio al fedele: “Si-gnore, rendici una cosa sola”!
 

 

21 OTTOBRE: SAN GASPARE DEL BUFALO (n. 1786, + 1837)

(Fondatore della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue)

PRIMA LETTURA
IS 52, 7-10

Dal trattato Gli Atti degli Apostoli di Aratore suddiacono
(visse tra il 490-550) (Lib. 1, 259: CSEL 72, 92)

Pietro, che ha tanto a cuore (cfr Gv 21, 15-17) accrescere le greggi affidategli, chiamando tutti ai pascoli lieti sotto la sua guida, spiega (cfr At 15, 7-11) queste parole a voce: “Riconoscete che le cose ricordate dai tempi passati, che i profeti cantarono a voce al popolo obbediente, le compì in noi il Dio eterno, che scelse come redentore (cfr Is 49, 26) di essere per tutti salvezza (cfr Is 52, 10), non vo-lendo escludere alcuno nel prezzo con cui torna la vita; aperta mi comandò di mostrar questa via ai popoli (cfr Mt 16, 19; Gv 21, 15-17)”.


SECONDA LETTURA
Eb 13, 12-15. 20-21

Dai Commentari sul Levitico di Procopio di Gaza
(n. 465, + poco dopo 530) (PG 87/1, 707)

Come insegna l’apostolo, Cristo patì fuori della porta, e comanda che usciamo verso di lui portando il suo obbrobrio (cfr Eb 13, 12-13), cioè la croce, che so-stenne amara a nostro favore e per noi. Così anche Cristo comanda, mentre parla, di prendere la nostra croce e di seguire lui stesso (cfr Mt 16, 24). Ciò che Paolo dice: fuori della porta, equivale a questo: fuori del mondo. Infatti se vo-gliamo seguire Cristo condottie¬ro, bisognerà mettere il ripudio alla vita che con-duciamo contaminata dai peccati in questo mondo. In realtà non fuor di luogo di-ce l’apostolo: Il mondo per me è stato crocifisso, e io per il mondo (Gal 6, 14). Infatti, benché siamo in terra con il corpo, tuttavia la nostra dimora è nei cieli (cfr Fil 3, 20).
La passione di Cristo ci rende santi con l’intervento dell’acqua che purifica la nostra coscienza, come ammonisce la Scrittura: Lavatevi, siate puri (Is 1, 16).



Dal trattato Omelie sul profeta Ezechiele di Gregorio Magno
(n. 540 ca., + 604) (Lib. 2, om. 1, 16: CCL 142, 221-222)

Riguardo alla nostra uscita da questa vita temporale verso l’eterna, che ogni giorno dobbiamo meditare, anche Paolo parla del nostro Redentore dicendo: Per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città. Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura (Eb 13, 12-14).
E così l’uomo che è apparso stette sulla porta e così ha parlato, perché il Me-diatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù, anche durante la sua passione diede ai discepoli i precetti della vita, affinché quanti credono in lui tengano sempre lo sguardo rivolto alla porta e, meditando assiduamente la sua passione, non di-stolgano gli occhi del cuore dalla loro uscita.
Noi pure, da quando abbiamo cominciato a disprezzare la prigione della carne, a superare le angustie della nostra mortalità col desiderio dell’immortalità, a ten-dere alla libertà della luce superna, ad anelare alle gioie della patria celeste, te-niamo gli occhi fissi alla porta, perché, mentre desideriamo passare dai sacra-menti temporali a quelli eterni, in qualche modo abbiamo già rivolto le spalle alla vita presente e teniamo la faccia del cuore legata al desiderio della nostra uscita. Poiché sta scritto: Il corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri (Sap 9, 15). E così attraverso la con-templazione, con lo spirito ormai siamo protesi oltre le angustie della carne, e tuttavia nei sacramenti che abbiamo conosciuto siamo ancora trattenuti dentro la porta della stessa angustia della carne.


VANGELO
Lc 4, 16-21


Dal trattato Castigo e perdono dei peccati e il battesimo dei bambini a Marcelli-no di Agostino di Ippona (n. 354, + 430)
(Lib. 1, 27, 54: CSEL 60, 53)

Nota quel testo del medesimo profeta che Gesù stesso, facendo pure l’ufficio di lettore in una sinagoga, recitò come avveratosi in lui: Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché il Signore mi ha consacrato, mi ha mandato a evangelizzare gli umili, affinché trovassero conforto quelli che soffrono nel loro cuore, a predi-care la libertà ai prigionieri e la vista ai ciechi (Is 61, 1; Lc 4, 16-21). Senza ec-cezione, dunque, tutti quanti vogliamo appartenere al corpo di Gesù, entrare at-traverso di lui nel suo ovile, giungere alla vita e salvezza eterna che ha promes-sa ai suoi, tutti, dicevo, bisogna che riconosciamo colui che non ha commesso peccato e che ha portato i nostri peccati nel suo corpo sopra la croce, perché, lontani dai peccati, viviamo con giustizia; colui dalle cui piaghe siamo stati guari-ti, poiché eravamo infermi come pecore sbandate (1 Pt 2, 22. 24-25).


Dalle Omelie spirituali di Macario l’Egiziano
(n. 300 ca., + poco prima del 390)
(Om. 44, 3-4: PG 34, 780-781)

Come infatti il pastore può curare la pecora scabbiosa e custodirla dai lupi, così venendo il vero pastore, Cristo, egli solo ha potuto curare e trasformare la pecora perduta e scabbiosa, l’uomo, dalla scabbia e dalla lebbra del peccato. In-fatti i precedenti sacerdoti, leviti e maestri non poterono guarire l’anima con le offerte di doni e sacrifici e con le aspersioni di sangue, non potendo guarire ne-anche se stessi, essendo anch’essi circondati da infermità. Infatti è impossibile, dice, che il sangue dei tori e dei capri tolga il peccato (Eb 10, 4). Il Signore inve-ce ha detto, mostran¬do la debolezza dei medici del tempo: Di certo mi direte questa similitudine: Medico, cura te stesso (Lc 4, 23) per quello: Io non sono come coloro che non possono curare neanche se stessi. Io sono il vero medico e buon pastore, che do la mia vita per le pecore, che posso curare ogni infermità e ogni malattia dell’anima. Io sono la pecora immacolata, che una volta è stata offerta, e che posso curare coloro che si avvicinano a me, poiché la vera guari-gione dell’anima viene dal solo Signore. Ecco infatti, dice, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29), evidentemente dell’anima che crede in lui e che lo ama con tutto il cuore.


Dagli Scritti spirituali di san Gaspare del Bufalo (n. 1786, + 1837) (III, Roma 1996, 429. 430)

Il sangue di Cristo
nella via illuminativa: stato di grazia

L’anima convertita inizia a rilevare nella via illuminativa la maturazione della fede. Vede la sua unità mentre il sacrificio di Melchisedek, di Abele svenato, il sacrificio di Isacco ha avuto allusione a questa vittima. Medita ai piedi della cro-ce come tutti si sono salvati nella fede del futuro Messia. Senza spargimento di sangue non c’è remissione (Eb 9, 22). Se il sangue dei capri ecc., quanto più il sangue di Cristo (Eb 9, 13-14) ecc.
O mio Signore! quando vi vedo insanguinato quante cose ricordo della religio-ne! O devozione grande del Preziosissimo Sangue!
L’anima prosegue nella via illuminativa a rinforzarsi; ne vede le glorie quando gli Apostoli andarono santificando il mondo nel Sangue dell’Agnello applicato nei sacramenti ecc. Vede i prodigi della croce imporporata di sangue, vede le anime rigenerate.


Dalle Lettere di san Gaspare del Bufalo (n. 1786, + 1837)
(Lett. 3785: Epistolario, IX, Roma 1992, 149 [miscellanea])

Mille lingue

La devozione al divin sangue si propaga mirabilmente, né io so esprimerle con quanta rapidità e frutto delle anime. Da questa dobbiamo riprometterci ogni be-ne. Qualunque linea le si presenterà per propagarne le glorie, mi richieda pure quanto può occorrere, mentre ho ferma fiducia nel mio Signore grondante san-gue, che mi darà il modo di corrispondere in questa linea per quanto sarà ne-cessario. Io insomma sono venduto, dirò così, per le glorie del divin sangue prezzo di eterna salvezza. Non si può dire di più. Oh! che tesoro sì salutare de-vozione! Vorrei avere mille lingue per intenerire ogni cuore verso di esso, e bra-mo che l’anima mia ne sia sempre più penetrata.

 

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
1 NOVEMBRE: TUTTI I SANTI

Prima lettura

     Ap 7, 2-4. 9-14

Dal trattato L’apoteosi di Aurelio Clemente Prudenzio ( n. 348, + dopo il 405) (CCL 126, 89)

La tua Pasqua, dillo, dillo, per il sangue di chi per te una festa tanto solenne?

Non capisci che tu riproduci la nostra Pasqua (cfr 1 Cor 5, 7-8),

e che nelle linee tracciate dall’antica legge

dipingi ogni sacramento che la vera passione custodisce,

passione che difende con il sangue la nostra fronte (cfr Ap 7, 3; Es 12, 7)

e che, segnato l’ingresso, cosparge la dimora corporea?

E’ questa passione che la regione egiziana rifugge terminate le tempeste (cfr Es 10, 13),

questa abbatte il regno letale del re faraone

e sottrae Abramo, con la stirpe e il popolo fedele,

dalla fitta grandine del potere terreno (cfr Gen 12, 17-20; Es 12, 37-42).

Vero discendente di Abramo è colui al quale, sul volto,

creduto e impresso, rosseggia il sangue; al quale, nel mondo,

con fede non dubitante, è apparso Dio, il Dio vero dal Padre.

 

 

Dai Commentari su Giovanni di Origene di Alessandria

 (n. 185 ca., + 253) (Lib. 1, 1, 4-6: SC 120, 58-60)

 

Non devastate, dice, né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo segnato i servi del nostro Dio sulle loro fronti. E udii il numero dei segnati: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d’Israele (Ap 7, 3-4). Dunque, coloro che sono segnati da ogni tribù dei figli d’Israele sulle loro fronti sono del numero di centoquarantaquattromila, i quali centoquarantaquattromila, successivamente, Giovanni dice che portano il nome dell’A­gnello e  di suo Padre, scritto sulle loro fronti.

Cos’altro dunque potrebbe essere il sigillo sulle fronti se non il nome dell’Agnello e di suo Padre, dal momento che in entrambi i luoghi si dice che le fronti hanno qui il sigillo, là le lettere contenenti il nome dell’Agnello e il nome del Padre suo?

 

 

Seconda lettura

     1 Gv 3, 1-3

 

Dal Commentario sul profeta Isaia di Cirillo di Alessandria

(n. 370-380, + 444) (Lib. 3, tomo 5: PG 70, 845)

 

Io poi ho suscitato quello dal settentrione e quel!o dal sorgere del sole: saranno chiamati con il mio nome (Is 41, 25).

Ora io, dice, poiché sono un Dio buono, ho voluto che tutti gli uomini fossero salvati e giungessero alla conoscenza della verità (cfr 1 Tm 2, 4). Ho salvato quanto sta sotto il cielo e ho destato i molti che giacevano nella somiglianza dei morti. E chi sarebbero costoro lo insegna dicendo: quello dal settentrione e quello dal sorgere del sole, cioè il popolo dei pagani, i quali sono chiamati con il nome di Cristo. Infatti veniamo chiamati e siamo cristiani (cfr 1 Gv 3, 1). In realtà ci ha acquistati con il proprio sangue e siamo stati comprati a gran prezzo, e non siamo nostri. Uno infatti è morto per tutti, affinché coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro (cfr 2 Cor 5, 15).

Perciò diciamo come al nostro Salvatore e Redentore: Signore, non conosciamo nessun altro fuori di te, chiamiamo il tuo nome.

Pertanto veniamo chiamati con il suo nome.

 

Dalla Lettera ai Romani di Primasio di Adrumeto

(vescovo tra 550-560) (5: PL 68, 439-440)

 

 Se siamo stati salvati mediante la morte di Cristo, quanto più saremo glorificati per mezzo della sua vita, se di lui imitiamo sia la vita sia la morte, e con l’aiiuto dei suoi insegnamenti cerchiamo di rimanere sotto la sua protezione.

Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio (Rm 5, 11). Non ci sarà  data solo la vita di Cristo nel cambiamento della risurrezione, ma anche la gloria, come dice l’apostolo Giovanni: Non è stato ancora rivelato che cosa saremo: sappiamo che quando egli si sarà manifestato, saremo simili a lui (1 Gv 3, 2). Per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (Rm 5, 11). Affinché per mezzo della sua grazia meritiamo di essere simili a lui e siamo nella gloria di Dio Padre. Mediante il quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione (ib.). Ora la riconciliazione, poi la gloria. Cristo ha patito per questo, perché noi, che eravamo discesi da Dio attraverso Adamo, fossimo riconciliati attraverso Cristo.

 

 

Vangelo

     Mt 5, 1-12a

 

Dal trattato Sulla passione e sulla croce del Signore

di Atanasio di Alessandria

(n. 295 ca., + 373) (16: PG 28, 213)

 

La terra era maledetta, dicendo Dio: E ora maledetta la terra che aprì la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello Abele (Gen 4, 11). Già in precedenza il Signore l’aveva maledetta per la prevaricazione di Adamo, dicendo: Maledetta la terra per le tue azioni: la mangerai  nelle tribolazioni per tutti i giorni della tua vita (Gen 3, 17).

E tutte le cose erano assolutamente piene di sangue, e a motivo della maledizione sorgevano spine da ogni parte. E il nemico, ottenuto questo chirografo, insorgeva contro tutti ed esercitava la tirannia su tutti come a sé soggetti. Per questo il Signore, quando lo ebbe spogliato di tutto, condotto infine alla morte, si rivestiva di queste cose, affinché mostrasse apertamente di non temere la riuscita della morte, ma che era stata generata per la nostra salvezza. E portava il sangue nella veste purpurea, le spine nella corona, il chirografo nella canna, nel quale già una volta il diavolo aveva scritto contro di noi, affinché insieme con la morte abolisse infine anche queste cose e ne purificasse le creature; e così al posto delle spine venisse appunto elargito il legno della vita, al posto del sangue del peccato purificasse con il proprio sangue la terra e tutti gli esseri, al posto della maledizione proclamasse infine beati tutti gli abitanti della terra, dicendo: Beati i miti, perché possederanno la terra (Mt 5, 5). Per questo infatti, portando il nostro sangue, effuse su di essa il proprio, donde, al posto delle spine, germinarono in essa i beni e la vita. Guardando verso di essa Davide dice: Credo di vedere i beni del Signore nella terra dei viventi (Sal 27, 13).

 

Da Il Sangue di Cristo in S. Alberto Magno di Mario Ansaldi, “Sangue e vita” 6, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1990, 110-111

 

Dottrina di sant’Alberto Magno:  sangue di Cristo e la santità

 

     Sant’Alberto mette in relazione il sangue adorabile con la santità, come causa ed effetto. La santità, egli dice, consiste nella sottomissione del corpo allo spirito e dello spirito a Dio. Nel suo valore etimologico, invece, “santo” significa “una cosa tinta nel sangue”; e poiché il sangue lava, alla santità è sempre unita l’idea della purezza. Per questo noi diciamo che le leggi sono sante, perché confermate nel sangue. Il ventre di Maria e la croce di Cristo rifulgono di una santità speciale per il loro intimo contatto con il sangue prezioso.

     Anche Gerusalemme è detta “la città santa” per l’effusione del sangue redentore. La Chiesa è santa perché segnata col sangue, e nel sacrificio della Messa il sacerdote ripete tre volte: “Santo, santo, santo” per il mistero del sangue in esso compiuto.

     Ogni forma di santità, quindi, ha la sua origine dal sangue e più particolarmente dall’effusione del sangue. Per questo il nostro Redentore è il Santo per eccellenza, perché fu tutto imporporato dal suo sangue prezioso, e noi dobbiamo unirci a lui nell’opera della nostra santificazione, lavando le nostre anime nel sangue suo, che ha una virtù purificatrice e santificatrice ben superiore a quella del sangue degli animali innocenti che il mondo, cosciente delle proprie colpe, versava abbondante prima di Cristo, sperando di trovare nel rosso liquore la purificazione dal male.

     Per facilitare il nostro contatto con il sangue redentore, Cristo ci ha lasciato il sacramento del sangue, col quale entra nell’intimo del nostro cuore, lavando e santificando ogni cosa.

     L’opera della nostra santificazione, quindi, è la storia del sangue di Cristo. A noi non resta che un dovere: seguire fedelmente le orme del Redentore, mettendo il nostro cuore, le nostre parole e le opere, cioè tutta la nostra vita, al servizio del suo sangue. Questo divino servizio, spiega sant’Alberto, è fatto di quattro cose: santità, giustizia, misericordia e castità.

       “O Signore, esclama il nostro Dottore, tu che ci hai redento dalle nostre colpe con il tuo sangue, fa che ti seguiamo con la pratica di una vita buona, affinché nel giorno del giudizio possiamo ancora sperimentare la tua misericordia e godere del beneficio della tua redenzione per sempre”!


 

 

 

32ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

 

Prima lettura

1 Re 17, 10-16

 

 

Dal trattato Le buone opere e le elemosine

di Cipriano di Cartagine (n. 200-210, + 258) (17: CCL 3A, 66)

 

Elia, che rappresenta Cristo, mostrando che egli rende a ciascuno in proporzione della sua misericordia, risponde così: Il Signore dice questo: ‘Il grano non mancherà mai nella tua giara e l’olio non diminuirà nei tuoi vasi fino al giorno in cui il Signore non farà cadere la pioggia sulla terra’ (1 Re 17, 14). Avendo fede nelle promesse di Dio, la vedova si trovò moltiplicato e aumentato quello che aveva offerto e, a motivo delle opere buone e dei meriti della misericordia, i vasi di grano e di olio, aumentati e incrementati, si riempirono mentre ne prendevano. Né la madre tolse ai figli quello che aveva offerto a Elia; piuttosto donò ai figli ciò che nella bontà e nella pietà aveva fatto. Eppure non conosceva ancora Cristo, non aveva ancora ascoltato i suoi precetti; ancora non redenta dalla croce e dalla passione offriva da mangiare e da bere in cambio del sangue del Signore, di modo che da questo appaia quanto pecchi nella Chiesa chi, preponendo sé e i figli a Cristo, conserva le sue ricchezze e non divide il suo abbondante patrimonio con la povertà degli indigenti.

 

 

 

Seconda lettura

Eb 9, 24-28

 

 

Dal trattato Interpretazione sulla Lettera agli Ebrei

di Giovanni Crisostomo di Antiochia[T1] 

(n. 347, + 407)  (Om. 17, 1. 2. 3: PG 63, 127-131)

 

Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quelli veri, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore; e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel Santo dei Santi ogni anno con sangue altrui. Altrimenti egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso (Eb 9, 24-26).

Cosa fa Paolo? Come per i sacrifici, così fa anche qui: come infatti là contrappose la morte di Cristo, così anche qui oppone al tempio tutto il cielo. E non ne mostra la differenza solo con questo, ma anche con l’aver aggiunto che il sacerdote qui è diventato più vicino a Dio. Dice infatti: per comparire al cospetto di Dio. Ha fatto una cosa nobile non solo perché avviene in cielo, ma anche per il modo dell’ingresso. Infatti non semplicemente per simboli, come qui, ma vede lì lo stesso Dio. Per comparire, dice, al cospetto di Dio in nostro favore. Cos’è: in nostro favore? Salì, dice, con un sacrificio capace di placare il Padre.

Egli dunque è e vittima e sacerdote. Altrimenti, dice, egli avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. Qui è velato un mistero, e dice che se fosse stato necessario offrire più volte i sacrifici, sarebbe dovuto pure essere crocifisso più volte. Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi. Perché: alla pienezza dei tempi? Dopo i molti peccati. Se dunque il sacrificio fosse stato fatto fin dall’inizio e poi nessuno avesse creduto, quanto era dell’economia sarebbe stato inutile: infatti non era necessario che Cristo morisse una seconda volta affinché così si realizzasse ciò che si cercava; quando invece più tardi i peccati erano molti, allora giustamente apparve.

Avendo mostrato che non doveva morire molte volte, ora spiega anche perché è morto una volta sola: perché fu prezzo di redenzione di una sola morte. Dice: E’ stabilito che gli uomini muoiano una volta sola. Questo dunque il: è morto una volta sola, per tutti gli uomini. Dal momento dunque che la morte doveva prendere tutti, per questo morì, per liberare noi.

Così pure Cristo si immolò una volta sola. Da chi fu immolato? Evidentemente da se stesso. Qui lo mostra non solo sacerdote, ma e vittima e sacrificio. Poi aggiunge la causa del: si immolò, e dice: si immolò una volta sola per togliere i peccati di molti. 

Dice:  E’ apparso  mediante il sacrificio di se stesso, cioè si è manifestato e si è presentato a Dio. Dunque, non perché il sacerdote faceva questo più volte l’anno devi credere che ciò avvenisse semplicemente e non a motivo della debolezza. In realtà, se non per la debolezza, perché avveniva? Non essendoci infatti delle ferite, non c’è più bisogno di prendersi cura con delle medicine. Per questo, dice, ha comandato che si offrissero sempre sacrifici a motivo della debolezza, e  così si ricordassero i peccati.

Cosa, dunque? non offriamo anche noi il sacrificio eucaristico ogni giorno? Offriamo appunto, ma facciamo memoria della sua morte; e questa vittima è una, non molte. Come una e non molte? Perché fu offerta una sola volta, come quella nel Santo dei Santi. Questo sacrificio eucaristico è figura di quella vittima sulla croce, e la stessa vittima di quella. Infatti offriamo sempre la stessa, non ora una pecora e domani un’altra, ma sempre la stessa. Per cui uno è il sacrificio. Come dunque, offerto in più luoghi, è un solo corpo, e non molti corpi, così anche un unico sacrificio. Egli è il nostro sommo sacerdote che ha offerto la vittima che ci purifica. Anche ora offriamo quella che fu offerta allora, che non si consuma. Questo si fa in memoria di quel che avvenne allora. Dice infatti: Fate questo in mia memoria (Lc 22, 19). Non un’altra vittima, come allora il sommo sacerdote, ma facciamo sempre la stessa offerta; o, meglio, facciamo memoria del sacrificio.

 

 

 

Vangelo

Mc 12, 38-44 

 

 

 

 
 

33ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

 

 

Prima lettura

Dn 12, 1-3

 

     

Dal trattato Sul battesimo di Basilio il Grande (n. 330 ca., + 379)

(Lib. 1, cap. 2, 10: SC 357, 136)

 

E’ una necessità: colui che è morto viene sepolto, e colui che viene sepolto nella somiglianza della morte (cfr Rm 6, 5), risuscita per la grazia di Dio in Cristo, e non avrà più a motivo dei peccati il volto di uomo interiore simile al bruciamento di pentola (cfr Gl 2, 6), ma poiché il fuoco ha rivelato i peccati ed egli ha ricevuto il perdono grazie al sangue di Cristo, da adesso in poi, nella sua nuova vita, le opere di giustizia in Cristo risplenderanno più che tutte le pietre più preziose (cfr Sal 19, 11).

 

 

 

Seconda lettura

Eb 10, 11-14. 18

 

 

Dalla Lettera del divino Paolo agli Ebrei di Primasio di Adrumeto

(vescovo tra 550-560) (10: PL 68, 750)

 

     E veramente ogni sacerdote della legge si presenta (Eb 10, 11). All’altare. Ogni giorno per compiere il suo ministero e offrire gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati (ib.). Sottintendi: delittuosi e mortali. Questi invece (Eb 10, 12). Senza dubbio Cristo. Offrendo un solo sacrificio per i peccati, è assiso in eterno alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici siano posti a sgabello dei suoi piedi (Eb 10, 12-13). Compiere il ministero, ovvero presentare offerte, è segno di servizio e con esso s’intende l’umiltà di Cristo. L’altare, invece, è segno di colui che è giudice e sovrano, tale che gli si presti servizio: con esso si indica l’esaltazione e la gloria di Cristo, il quale apparve umile, e ora, invece, innaIzato al di sopra di ogni creatura, abita nella pienezza della maestà aspettando e considerando ormai solo il momento di giudicare. E spiega per quale ragione vi sia questa attesa, dicendo: che i suoi nemici siano posti a sgabello dei suoi piedi. I suoi nemici sono i giudei, gli eretici, i falsi cristiani e tutti gli infedeli che dovranno sottomettersi al suo potere. Si può riconoscere qui tanto la sottomissione forzata riguardante i reprobi, che rimangono nella malvagità, quanto quella volontaria riguardante gli eletti, i quali, abbandonando la via della malvagità, si sottomettono spontaneamente a Cristo. Quei sacerdoti dei giudei, offrendo ogni giorno molti sacrifici, non poterono eliminare i peccati: Cristo invece, offrendo se stesso una volta sola, ha tolto i peccati del mondo e ora è assiso nella gloria di Dio Padre.

 

 

Dal trattato Interpretazione sulla Lettera agli Ebrei

di Cirillo di Alessandria

(n. 370-380, + 444) (PG 74, 988)

 

     Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati (Eb 10, 14).

     Con un’unica oblazione, cioè che offrì mediante il proprio corpo, Cristo ci ha resi perfetti intellettualmente per mezzo della fede e della santificazione, dal momento che il culto legale non ha reso perfetto nulla. Per questo sono terminate le figure e è cessata nelle ombre l’inutilità dell’antico testamento; c’è stata poi necessariamente l’introduzione di una speranza migliore, mediante la quale ci avviciniamo a Dio, essendo il Cristo mediatore e divenuto nell’ordine pontificale, appunto per mezzo della somiglianza con noi. Infatti ha offerto se stesso per noi in odore di soavità a Dio e Padre (cfr Ef 5, 2).

     Vedi poi come ha detto che quei sacrifici non si offrono più. Ha preso questo dalla tradizione non scritta. E anche il detto profetico espose dicendo: Sacrificio e offerta non hai voluto (Eb 10, 5). Ha detto che ha rimesso i peccati, e conferma questo da una testimonianza non scritta, dicendo: Anche lo Spirito Santo ce lo attesta (Eb 10, 15). Cosa attesta? Che i peccati sono stati rimessi, che Cristo ci ha liberati perfettamente per mezzo di un’unica oblazione, cosicché non abbiamo bisogno di un’altra.

 

 

Vangelo

Mc 13, 24-32

 

Dal trattato Esposizioni sui Salmi di Agostino di Ippona

(n. 354, + 430) (Sal. 95, 15: CCL 39, 1352) 

 

Egli giudicherà il mondo con giustizia (Sal 96, 13). Non una parte, poiché non ha redento solo una parte. Deve giudicare la totalità, poiché per la totalità ha pagato il prezzo. Avete udito il vangelo. Quando egli verrà, dice, radunerà i suoi eletti dai quattro venti (Mc 13, 27). Dai quattro venti raduna tutti gli eletti, quindi da tutto il mondo. Tanto è vero che lo stesso nome Adamo, scritto in greco, raffigura l’universo. Ci sono infatti quattro lettere: A D A M, e queste quattro lettere, come dicono i greci, sono le iniziali delle quattro parti del mondo: Anatolen, che chiamano oriente; Dusin, occidente; Arcton, settentrione; Mesembrian, mezzogiorno. Hai ADAM. Lo stesso Adamo, dunque, si sparse in tutto il mondo.

 

 

 

34ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

 

 

Prima lettura

Dn 7, 13-14        

     

Dal trattato Annotazioni sull’Apocalisse del beato Giovanni

di Vittorino di Petovio

(+ forse nel 304) (I, 4. 5. 13: PL 5, 317-318)

 

    Grazia a voi e pace da colui che è, che era e che viene (Ap 1, 4).

    E da Gesù Cristo che è il testimone fedele, il primogenito dei morti (Ap 1, 5). Accogliendo in sé l’uomo, Cristo ha reso in lui testimonianza nel mondo e, avendo in lui patito, ci ha riscattati dal peccato con il proprio sangue (cfr ib.); dopo aver sconfitto l’inferno, egli è risuscitato per la prima volta dai morti, e la morte non avrà più potere su di lui (Rm 6, 9): sotto il suo regno, inoltre, il regno del mondo è stato annientato.

    Uno simile a figlio di uomo che camminava in mezzo ai candelabri d’oro (Ap 1, 13). Vuol dire in mezzo alle chiese; la sua antichità è immortalità e origine di grandezza.

    Con indosso un abito lungo fino ai piedi (ib.). Con la veste talare, cioè sacerdotale, è indicata molto chiaramente la carne, la quale si è corrotta all a morte e detiene il sacerdozio per effetto della passione di Cristo.

 

 

Seconda lettura

Ap 1, 5-8

 

 

Dal trattato Catechesi per gli illuminandi

di Cirillo di Gerusalemme

(n. 315 ca., + forse 387) (Cat. 2, 5: PG 33, 389)

 

   Cosa faremo, dunque?, dirà qualcuno. Ingannati, siamo andati in rovina: non c’è più salvezza? Siamo caduti: non ci si può più rialzare (cfr Ger 8, 4)? Siamo stati accecati: non si può più riacquistare la vista? Siamo diventati zoppi: non si può più camminare? Diremo in sintesi: Siamo morti: non si può più risorgere (cfr Sal 16, 9)? O uomo, colui che richiamò alla vita Lazzaro morto da quattro giorni (cfr Gv 11, 39), non potrà maggiormente far risorgere te vivo? Colui che ha versato per noi il suo sangue prezioso, egli stesso ci libererà dal peccato (cfr Ap 1, 5).

   Non scoraggiamoci, fratelli, non gettiamoci in uno stato di disperazione! E’ cosa terribile non credere nella speranza della conversione! Infatti chi non attende la salvezza, accumula mali senza riguardo; chi invece spera nella guari­gione, facilmente ha riguardo di se stesso. Così anche il malfattore che non aspetta la grazia, arriva sino alla follia; se invece spera nel perdono, si avvia spesso al ravvedimento.

 

 

Dalle Lettere di Paolino di Nola

(n. 353 ca., + 431) (Lett. 42: CSEL 29, 362)

 

   Allora veramente saremo felici della tua carità, se otterrai che non siamo dissimili dalla tua carità. In ciò tuttavia non dirigiamo l’aspirazione quasi superba fino a sperare di toccare l’apice del tuo merito, ma affinché esaminiamo attentamente le impronte della verità, racchiusi dal fine della salvezza secondo il modello della tua fede lungo un cammino diritto; e sia per noi fine egli che è inizio, capo e fondamento del suo corpo (cfr Ap 1, 8), Cristo, la pietra, quella pietra che, tra i deserti di questo mondo, ci segue assetati di giustizia con una sorgente che non ci abbandona e ci rinfresca con dolce bevanda, affinché non siamo bruciati dal fuoco dei desideri carnali, quella pietra, fondata sulla quale la casa non crolla, e quella pietra che, trafitto il fianco dalla lancia, stillò acqua e sangue, per versare sorgenti per noi ugualmente portatrici di salvezza, l’acqua della grazia e il sangue del sacramento, in quanto e la sorgente della nostra salvezza e il prezzo sono la stessa cosa.

 

 

 

Vangelo

Gv 18, 33b-37

 

 

Dal Commentario al Vangelo concordato  di Efrem il Siro

(n. 306 ca., + 373) (Cap. 20, 15-16: CSCO 290-292)

 

E lo presero, lo condussero alla porta e lo diedero in mano a Pilato, ed essi non entrarono dentro il tribunale, per non contaminarsi, affinché mangiassero prima l’agnello in santità (Mt 27, 2; Gv 18, 28). O farisei! Ecco, voi avete sentito: Questi è l’Agnello di Dio, questi è colui che toglie con la sua immolazione i peccati del mondo (Gv 1, 29); che bisogno c’era che, nel giorno in cui veniva immolato l’agnello della vostra salvezza, venisse anche immolato quell’Agnello della nostra salvezza?

Nostro Signore diventò difensore della verità, e venne, dice, con il suo silenzio davanti a Pilato, a favore della verità che era oppressa (cfr Gv 18, 37; 19, 9-10). Come gli altri riportano vittoria mediante le difese, così il nostro Signore riportò vittoria mediante il suo silenzio, poiché la mercede dovuta al divino silenzio era la vittoria della vera dottrina. Per la dottrina parlava, per il giudizio taceva. Non tacque su quelle cose che ci magnificavano, né combatté contro coloro che lo affliggevano. Le parole dei suoi calunniatori venivano redente come corona per il suo capo. Tacque affinché, tacendo egli lì, questi gridassero ancora di più, e, con tutte queste voci, si abbellisse la sua corona. Se infatti avesse parlato, con la sua verità avrebbe fatto tacere quegli accordi che lavoravano nel comporre la sua corona. Lo condanna­rono perché aveva detto il vero; ma non fu condannato, poiché la sua condanna era una vittoria. E in lui non ci fu alcuna cura per persuaderli. Volendo morire, il dare una risposta sarebbe stato uno scudo contro la morte. Egli tacque, perché se avesse parlato, avrebbe detto ciò che è vero, e davanti alla sua verità la menzogna non avrebbe potuto sussistere.

Toglici costui, toglilo da noi (Gv 19, 15), gridavano a Pilato. E questi, replicando per la seconda e la terza volta, diventava profeta del suo regno: Forse che io, dice, devo condurre in croce questo vostro re (ib.)? Il mistero del sangue che fu asperso sopra le loro porte, allontanò da loro il mortale angelo devastatore. E a questo Agnello della verità rivolsero le loro bestemmie, lo ripudiarono e chiesero lo sterminato­re Barabba.

 

 

Il mistero della carità di Giovanna d’Arco di Charles Péguy (1873-1914),

in I Misteri, Jaca Book, Milano 1984, 56

 

E’ qui fra di noi

in tutti i giorni della sua eternità.

Il suo corpo, il suo medesimo corpo,

pende dalla medesima croce;

i suoi occhi, i suoi medesimi occhi,

tremano per le medesime lacrime;

il suo sangue, il suo medesimo sangue,

sgorga dalle medesime piaghe;

il suo cuore, il suo medesimo cuore,

sanguina del medesimo amore.

Il medesimo sacrificio

fa scorrere il medesimo sangue.