NOVEMBRE 2008

COMUNIONE SOTTO LE DUE SPECIE       

 Romano Altobelli, cpps

 SOMMARIO:

1. Aspetto biblico: mangiare e bere indegnamente (11, 17-34):

    a. Le divisioni (vv. 17-22),

    b. Il racconto della cena del Signore (vv. 23-26),

    c. Mangiare il pane e bere il calice del Signore in modo indegno (27-34),

    d. Conseguenze di ordine morale dal testo paolino.

2. Aspetto pastorale: la comunione sotto le due specie:

    a. 'Prendete e mangiate'... 'Bevetene tutti'... (Mt 26, 26. 27),

    b. 'A noi hai elargito un cibo e una bevanda spirituale',

    c. Il Concilio Vaticano II, il dopo concilio e la comunione al calice.

3. Aspetto morale: portare frutti di carità:

    a. La morale cristiana è cristocentrica,

    b. Dio chiama in Cristo,

    c. Il cristiano è impegnato a dare la 'risposta',

    d. Obbligo non coartazione,

    e. Dove si attinge questa 'agape-caritas'?

4. Conclusione.

Intendiamo presentare il pensiero di Paolo sul mangiare e bere indegnamente il corpo e il sangue di Gesù nel contesto di 1 Cor 11, 17-34; la motivazione morale delle divisioni nella comunità di Corinto; l’invito di Gesù a mangiare e a bere il suo corpo e il suo sangue; la necessità del discernimento nell’accostarsi alla Cena del Signore; le conseguenze etiche positive della carità derivanti dall’indicativo vocazionale del Pastore a mangiare il suo corpo e bere il suo sangue.
Il tema assume la direzione biblica, pastorale ed etica. I tre aspetti s’intrecciano nel pensiero e nell’esperienza della vita cristiana.

1. ASPETTO BIBLICO: MANGIARE E BERE INDEGNAMENTE

La cena del Signore è celebrata in una situazione di divisioni e di scissioni. 1 Cor 11, 17-34 ci mostra come e perché si partecipa all’eucaristia in modo indegno e in che cosa consista accostarsi degnamente al corpo e al sangue di Cristo.
Chiari sono i tre momenti concatenati presentati da Paolo: la denuncia delle divisioni (vv. 17-22), il racconto della cena del Signore (vv. 23-26), l’esortazione a celebrare l’eucaristia degnamente con l’esercizio della carità (vv. 27-34).

a. Le divisioni (vv. 17-24)
Nella comunità di Corinto in occasione dell’assemblea conviviale avveniva che i ricchi consumavano i propri cibi da soli o con quelli del proprio ceto. Gli altri cristiani poveri, schiavi o liberti, a motivo del lavoro o altri motivi arrivavano dopo che era stata consumata privatamente la cena dai benestanti, potenti e nobili. Chi arrivava dopo e non aveva nulla, rimaneva senza mangiare e gli altri erano sazi e ubriachi. Entra in gioco l’egoismo, per cui la riunione non era più il mangiare la cena del Signore. Nei primi tempi del cristianesimo l’eucaristia si celebrava con un banchetto di fraternità 1. Dal secondo secolo s’iniziò a disgiungere l’eucaristia dall’agape fraterna 2 e nel 4° secolo fu proibito del tutto 3.

b. Il racconto della cena del Signore (vv. 23-26)
Paolo non può lodare il comportamento dei Corinti, perché esso è contrario a quello che fece Gesù nell’ultima cena; è causa del “disprezzo della chiesa di Dio” e “fa vergognare quelli che non hanno niente”. Paolo, allora, richiama l’istituzione dell’eucaristia di Gesu 4, perché anche i cristiani di Corinto, quando celebrano l’eucaristia in sua memoria, si comportino allo stesso modo. Paolo, portando l’esempio di solidarietà e di amore estremo di Cristo, vuole far riflettere i Corinti sul loro comportamento durante la cena, perché non è solidale e non è di amore.
In questo racconto vanno fatte alcune sottolineature, che sono indicative per un comportamento coerente e degno di chi mangia il corpo e beve il sangue di Gesù.
- Questo è il mio corpo che è per voi... Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue (v. 24. 25). Sono due affermazioni che esprimono l’autodonazione di Gesù e l’efficacia salvifica della sua morte. “Corpo che è per voi”: è il dono gratuito di se stesso per l’uomo; “Calice ..., nuova alleanza nel mio sangue”: abbiamo qui il riferimento alla morte di Gesù e l’accento è posto sul calice dal quale tutti bevono il sangue della nuova alleanza, che si realizza nel sangue di Gesù, che ha valore salvifico. Questo valore lo troviamo anticipato nella Pasqua ebraica in Egitto (Io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio: Es 12, 13), nell’oracolo della terra nuova in Zc 9, 11 (… per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua) e è affermato da Paolo in Rm 3, 25: Dio lo (Cristo Gesù) ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.
Le parole di Gesù, perciò, hanno valore espiatorio e salvifico, perché la sua morte è per gli uomini. Questo valore è sottolineato maggiormente dalle parole che riguardano il sangue: “è la nuova alleanza nel mio sangue”. Si tratta della morte redentrice annunciata da Gesù stesso (Mc 10, 45), affermata da Paolo in Rm 5, 6-8; 8, 32 e da Giovanni in Gv 15, 13; 1 Gv 4, 10.
- Gesù, dopo aver detto: “Questo è il mio corpo”, aggiunge l’imperativo: “Fate questo in memoria di me”; dopo le parole sul calice dà lo stesso imperativo: “Fate questo, ogni volta che bevete, in memoria di me”. Per quale motivo questo comando? Perché ogni volta… che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore (1 Cor 11, 26). Ne segue che la celebrazione eucaristica è memoria del Signore morto (pane spezzato, sangue versato) e risorto. La memoria eucaristica diventa annuncio della morte e risurrezione di Cristo: Voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga (Ib.). Ogni azione eucaristica ha il suo essere dalla morte di sangue, e per questo ancora oggi realizza la nuova alleanza nel suo sangue. Alleanza che instaura un nuovo tipo di rapporto con Dio-Padre: per mezzo di lui (Cristo) possiamo presentarci al Padre, gli uni gli altri, in un solo Spirito (Ef 2, 18); un rapporto nuovo con i fratelli: Egli (Cristo) ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (1 Gv 3, 16).
Dal confronto tra la cena del Signore che è amore gratuito, solidale e totale di Cristo e il mangiare egoistico dei cristiani benestanti, ne scaturisce l’inevitabile conseguenza: non è possibile far coesistere il cattivo comportamento che divide i cristiani e il mangiare-bere eucaristico.

c. Mangiare il pane e bere il calice del Signore in modo indegno (vv. 27-34)
Questa indegnità non riguarda tanto il pane e il vino, ma quello che sono diventati: il corpo e il sangue del Signore. Paolo afferma con chiarezza che chi mangia indegnamente dovrà rispondere del corpo e del sangue del Signore (v. 27). Tra i termini pane-sangue c’è perfetta simmetria con corpo-sangue. Si tratta, perciò, del corpo e sangue del Signore di cui si annuncia la morte nella cena eucaristica. Di qui risulta chiara la sanzione che Paolo dà a coloro che mangiano indegnamente.
Indegnamente (anaxios) è un termine che indica il modo di agire che non rispetta quello che significa la realtà eucaristica. I Corinti si comportano indegnamente nelle riunioni: gettano discredito sulla Chiesa di Dio, umiliano i poveri, creano divisioni con il mangiare per conto proprio, non aspettano chi conta poco o niente. Tale comportamento provoca la morte del Signore: chi non tiene conto del fratello pecca, perché va contro Cristo che è morto per lui: peccando… contro i fratelli, … voi peccate contro Cristo, perché per il fratello Cristo è morto! (1 Cor 8, 12. 11).
Nasce la necessità, dice Paolo, di fare una seria verifica personale, un serio esame di coscienza prima di accostarsi alla cena eucaristica. Il motivo è forte: chi si accosta alla mensa eucaristica senza distinguere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (v. 29). Non riconoscere il corpo vuol dire mangiare il pane e bere il calice del Signore in modo indegno; mangiare e bere la propria condanna è dire che bisognerà rispondere del corpo e del sangue del Signore. Il corpo che non è riconosciuto è il corpo formato da coloro che partecipano all’unico pane; è “la Chiesa di Dio che è disprezzata, perché i poveri sono umiliati”. In conclusione, non riconoscere il corpo del Signore è non riconoscere il corpo ecclesiale, il corpo mistico di Cristo; la condanna viene dal non aver riconosciuto di fatto il corpo del Signore nel corpo della Chiesa bisognoso di carità fraterna.
I malanni, le disgrazie, le morti che si sono verificati nella comunità di Corinto sono interpretati da Paolo alla luce del comportamento negativo durante la cena del Signore. Egli non vuol dire che le disgrazie sono conseguenza automatica della condanna per il disordine procurato nella cena del Signore. A Paolo interessa far capire ai Corinti che devono prendere coscienza di quanto hanno fatto e cambino atteggiamento e comportamento. Infatti, suggerisce un esame di coscienza sul proprio comportamento per evitare il giudizio punitivo, che è sempre medicinale: si è ammoniti per essere vigilanti e sfuggire alla condanna definitiva che sarà inflitta agli increduli e ai ribelli. Questi vanno sempre corretti, come risulta da Eb 12, 5-11 e Ap 3, 19. Chi è fedele all’alleanza è premiato con la benedizione-vita; chi invece la vìola si espone alla maledizione-morte (cfr Dt 30, 15-20). Si può vedere in At 5, 1-11 il caso della morte di Anania e Saffira.
L’intervento di Paolo ha scopo pastorale, perciò dà suggerimenti pratici per risolvere il problema. Nei vv. 33-34 dà due norme:
- aspettatevi gli uni gli altri: stando a questa norma si evitano le divisioni che turbano le riunioni della comunità, come è detto nei vv. 17-18;
- se qualcuno ha fame, mangi a casa sua: questo permette di conservare il carattere comunitario del pasto in cui si fa la cena del Signore. Agire diversamente si rischia la condanna. Nell’eucaristia si proclama la morte del Signore e, facendone memoria, lo si rende presente. Presenza che, per chi non è degno, non è incontro gioioso di salvezza, ma di condanna. Chi mangia indegnamente non riconosce il corpo del Signore, getta il disprezzo sulla Chiesa e mette a disagio i poveri nell’assemblea. Si tratta di non riconoscere sia il corpo eucaristico sia il corpo ecclesiale, di cui fanno parte viva i poveri, e non bisogna gettarlo nel disprezzo: questo corpo è la “Chiesa di Dio”.

d. Conseguenze di ordine morale dal testo paolino
Le conseguenze negative: le riunioni dei Corinti non sono un mangiare la cena del Signore (v. 20); il mangiare per conto proprio crea divisioni e fa vergognare i poveri, che non hanno nulla.
Quelle positive: nell’istituzione dell’eucaristia Gesù dice a tutti di mangiare e bere il suo corpo e il suo sangue, ma in modo non indegno, cioè non creando scissioni; chi mangia e beve senza discernere che nella cena eucaristica si tratta “del corpo e del sangue del Signore, mangia e beve la propria condanna”; l’autoverifica porta all’auto giudizio, al cambiamento. Se è il Signore a giudicarci, lo fa per correggerci e quindi a non essere condannati con il mondo del male.


2. ASPETTO PASTORALE: LA COMUNIONE SOTTO LE DUE SPECIE

a. ‘Prendete e mangiate’... ‘Bevetene tutti’ (Mt 26, 26. 27)
Gesù nell’ultima cena si rivolge a tutti con queste parole secondo Mt: Prendete e mangiate; questo è il mio corpo; … Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza (26, 26. 28).
Ci troviamo di fronte a tre imperativi (prendete, mangiate, bevete) che Gesù rivolge a tutti 5. Anche se i verbi dovessero esprimere solo un invito, il desiderio di Gesù è quello che tutti mangino e bevano, perché egli “offre in cibo se stesso”. Dicendo: “Questo è il mio corpo”, vuol significare “questo sono io stesso”. Dicendo: “Questo è il mio sangue”, vuol designare la sua vita, perché il sangue nel linguaggio biblico sta ad indicare la vita stessa di una persona. Gesù, perciò, offre se stesso a tutti nel sangue versato, nel sacrificio della propria vita 6.
Non solo gli apostoli devono mangiare e bere Gesù, ma tutti: è detto da lui nell’ultima cena; il suo pensiero è riportato da Giovanni nel discorso sul pane di vita prima in modo negativo, poi in modo positivo: Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi stessi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (6, 53-54). E per motivare la necessità del mangiare e del bere eucaristico Gesù aggiunge: La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda (6, 55); è il solo vero cibo e la sola vera bevanda in contrapposizione a ogni manna del deserto di questo mondo, perché comunica il suo amore, la sua vita, il suo Spirito 7.

b. ‘A noi hai elargito un cibo e una bevanda spirituali’. ‘Avvicinati anche al calice del sangue’
Le prime comunità cristiane avevano colto bene l’imperativo di Gesù. Infatti, nella cena eucaristica del Signore mangiavano e bevevano il corpo e il sangue di Gesù. Fino al XII secolo i fedeli facevano la comunione sotto le due specie.
È significativo per la pastorale ricordare come si comportavano i cristiani nei primi secoli circa i segni del pane e del vino consacrati.
La Didaché (tra il 100 e il 150) esorta:
Nessuno mangi né beva della vostra eucarestia
al di fuori dei battezzati nel nome del Signore,
poiché su questo il Signore ha detto:
Non date ciò che è santo ai cani (9, 5).
Dopo esservi saziati, rendete grazie così:
(...).
Tu, Signore onnipotente,
... hai donato agli uomini un cibo e una bevanda
in godimento, affinché essi ti rendano grazie.
Ma a noi hai elargito un cibo e una bevanda spirituali
e la vita eterna per mezzo di < Gesù > tuo servo (9, 5; 10, 1. 3) 8.
Giustino (+ 165) nella sua Prima Apologia afferma: dopo che il presidente della celebrazione eucaristica ha reso grazie, i diaconi fanno partecipi ciascuno dei presenti del pane, del vino e dell’acqua su cui è stata compiuta l’azione di grazie, ed essi ne portano agli assenti 9.
Ippolito di Roma (+ 236) nella Tradizione apostolica dà norme anche per la celebrazione eucaristica:
Allorché dunque (il vescovo) ha spezzato il pane, ne dia una parte ai singoli dicendo: ‘Questo è il pane celeste, il corpo di Cristo Gesù’. Colui che riceve risponda: ‘Amen’. (...).
E darà loro il sangue di Cristo Gesù Signore nostro... Colui che porge il calice dica: ‘Questo è il sangue del Signore nostro Gesù Cristo’. E colui che riceve risponda: ‘Amen’. Terminato poi questo, ognuno sia sollecito a compiere ogni buona azione 10.
Abbiamo qui, come conseguenza necessaria, l’aspetto morale: compiere ogni buona azione.
Cirillo di Gerusalemme (315-387) nella Quinta catechesi mistagogica scende a indicare come ritualmente bisogna avvicinarsi al corpo e sangue di Cristo:
Quando dunque ti accosti, non avvicinarti con le palme delle mani distese, né con le dita disgiunte; ma fai della sinistra un trono alla destra, poiché quella deve ricevere il Re, e nel cavo della mano ricevi il corpo di Cristo, dicendo: ‘Amen’ ...
In seguito, dopo aver comunicato al corpo di Cristo, avvicinati anche al calice del sangue, non stendendo le mani, ma stando chinato, e dicendo con gesto di adorazione e di rispetto: ‘Amen’, santificati prendendo anche dal sangue di Cristo. E finché le tue labbra sono ancora umide, sfiorale con le mani e santifica gli occhi, la fronte e gli altri sensi. Poi, aspettando la preghiera, rendi grazie a Dio che ti ha giudicato degno di sì grandi misteri 11.
Se prendiamo in considerazione l’aspetto della comunione al sangue di Cristo, la letteratura patristica è piena di riferimenti significativi. È sufficiente ricordare che, secondo Giovanni Crisostomo, il maligno fugge come una belva impaurita se gli mostrerai la lingua intrisa del prezioso sangue, ... se gli mostrerai la bocca tinta di porpora 12.
L’importanza della comunione sotto le due specie era così grande che il Papa Gelasio I (vescovo di Roma dal 440 al 496) scrive a due vescovi, Majorices e Giovanni, per deplorare il modo di comportarsi di alcuni cristiani della Calabria: si astenevano dal comunicarsi anche con il sangue di Cristo. Costoro, o ricevono per intero i sacramenti o se ne astengano per intero; la divisione di un solo e identico mistero non può farsi senza grande sacrilegio 13.

c. Il Concilio Vaticano II, il dopo concilio e la comunione al calice
Fino al XII secolo la prassi pastorale ordinaria era quella di accostarsi alla comunione eucaristica mangiando e bevendo il corpo e il sangue di Cristo.
Non è il caso qui di soffermarci a tracciare tutta la storia di questo problema. Basta ricordare che pian piano dal XII secolo fino alla vigilia del Vaticano II la comunione al calice scompare 14. Riprende con il Concilio Vaticano II (1962-1965).
Infatti, il rito completamente nuovo donato alla Chiesa fu la concelebrazione e la comunione sotto le due specie, deciso dal Consilium ad exequendam Constitutionem de sacra Liturgia il 7 marzo 1965 15. Giustamente è stato scritto che “dopo secoli veniva restituita ai fedeli la possibilità di comunicarsi al calice per una partecipazione più piena, a livello di segno, all’eucaristia e al comando del Signore” 16. Veniva così ascoltato il grido di sant’Ignazio di Antiochia, che era divenuto il grido di tutta la Chiesa: Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo del seme di Davide e come bevanda voglio il suo sangue, che è amore incorruttibile 17.
La normativa pastorale e liturgica entrò nel Missale Romanum. Nella seconda edizione italiana (1963) del Messale Romano la comunione sotto le due specie è regolata dai Principi e norme ai nn. 240-252. Ma il 20 aprile 2000 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha promulgato la terza edizione tipica del Messale Romano e pubblicato l’Institutio Generalis, che tratta De communione sub utraque specie ai nn. 281- 287.
A questa facciamo riferimento per evidenziare soprattutto le motivazioni teologiche della comunione sotto le due specie, permessa praticamente a tutti. Infatti i casi sono tanti, le occasioni sono molteplici e, inoltre, a ogni vescovo è data la facoltà di concederla: possiamo dire che è concesso a ogni fedele che lo desideri (n. 283). Anzi, il n. 282, dopo aver richiamato la dottrina del Concilio di Trento che con la comunione sotto una sola specie si assume Cristo intero, per cui il vero sacramento e per quanto riguarda il frutto non è defraudato di nessuna grazia necessaria per la salvezza, afferma: tuttavia i fedeli siano esortati a voler partecipare più intensamente al rito sacro con cui eluce più pienamente il segno del convito eucaristico (traduzione nostra dal testo latino).
Al n. 281 viene detto che la comunione fatta sotto le due specie esprime la forma più piena ratione signi. Infatti vengono indicati tre motivi teologici: risulta più evidente il segno del banchetto eucaristico; si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna alleanza nel sangue di Gesù; è più intuitivo il rapporto tra il banchetto eucaristico e il banchetto escatologico del Regno del Padre 18.
Da questi motivi abbiamo l’icona del banchetto memoriale, del sacrificio memoriale, del banchetto escatologico.
Fare il memoriale del Signore significa celebrarlo mangiando e bevendo il suo corpo e il suo sangue. A questo banchetto sono invitati tutti e tutti devono mangiare e bere perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda, dice Gesù (Gv 6, 55).
L’eucaristia è sacrificio di alleanza nel sangue di Cristo. Infatti il pane è il segno del corpo offerto per voi; il vino è il segno del sangue versato per voi e per tutti, sangue dell’alleanza nuova ed eterna, in remissione dei peccati. Bevendo al calice del sangue si ha una partecipazione più evidente al sacrificio di Cristo, ai suoi frutti di liberazione, di alleanza.
Il banchetto eucaristico, poi, è anticipazione e proiezione di quello escatologico: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello (Ap 19, 9); ogni volta che mangiate e bevete... annunciate la morte del Signore finché egli venga (1 Cor 11, 26). Bere al calice esprime più chiaramente il banchetto eucaristico in relazione con il banchetto escatologico del Regno del Padre. Bere al calice esprime di più il tendere verso la salvezza definitiva e l’impegno perché si realizzi.
I fedeli vanno catechizzati perché comprendano il valore del comunicarsi al corpo e al sangue di Cristo. A questo proposito la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, nel documento inviato a tutti i vescovi (La comunione al corpo e al sangue di Cristo, Allegato al Prot. 291/01/L) per spiegare meglio la normativa in vigore riguardo alla “forma di ricevere il Sacramento del Corpo e Sangue del Signore Gesù”, dice che “sarebbe opportuno che i Vescovi diocesani studino quanto stabilito nel n. 283 della IGMR ed emanino poche e semplici norme sulla distribuzione della S. Comunione sotto le due specie, sottolineando soprattutto i criteri pastorali”. Sono indicati questi contenuti da presentare ai fedeli nella catechesi:
- una fede più consapevole che la comunione eucaristica è partecipazione al sacrifico di Cristo;
- ricevere il corpo e il sangue di Cristo è ricevere Cristo presente nelle specie eucaristiche, nella dimensione sacrificale;
- nella celebrazione dell'eucaristia Cristo è presente come offerto in sacrificio e è ricevuto come vittima della nuova alleanza;
- chi riceve la comunione si inserisce nel movimento di offerta di Cristo, che è la sostanza della vita cristiana, come ricorda Rm 12, 1.
Qui non interessa presentare la modalità della distribuzione della comunione sotto le due specie. Rimandiamo ai nn. 284-287 della IGMR. Rileviamo che in questi numeri della nuova Institutio non si parla della comunione al calice con il cucchiaino e la cannuccia.
Da quanto esposto si vede che la liturgia è connessa con la pastorale e la spiritualità. Di qui scaturisce necessariamente l’aspetto morale: ciò che è celebrato e professato deve essere vissuto dal fedele esprimendo con le opere ciò che si mangia e si beve, la carità.


3. ASPETTO MORALE: PORTARE FRUTTI DI CARITÀ

Dall’aspetto biblico paolino e pastorale sulla necessità della comunione sotto le due specie del pane e del vino, scaturisce la conseguenza di una vita morale cristiana animata dalla categoria morale usata da Gesù sino alla fine della sua vita: la carità.
Ci viene incontro a questo proposito quanto ha suggerito la Optatam totius, n. 16 (in EV 1/808): la teologia morale illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo 19. Chi ha l’altissima vocazione in Cristo deve portare frutti di carità, perché il mondo viva e abbia la vita in abbondanza (cfr Gv 10, 10). Possiamo dire che il cristiano è chiamato a condividere la vocazione di Cristo a farsi tutto per tutti fino ad offrirsi come cibo e bevanda di salvezza per la vita dell’umanità. Il fedele ha la stessa vocazione: partecipare e condividere la vita di Cristo, concretizzata nella cena eucaristica, per essere con lui e per lui carità per tutti. Cristo è il centro della vita di ogni battezzato e la sua categoria morale biblica è la “vocazione” in Cristo, da cui l’esigenza della “risposta” come moralità cristiana.

a. La morale cristiana è cristocentrica
Il cristiano è uno che esiste in Cristo e è innestato in Cristo (cfr 1 Cor 1, 30), nella sua morte e risurrezione. Da questa realtà scaturisce l’agire morale cristiano.
Il fedele è chiamato a partecipare alla vita divina di Cristo e a modellare e conformare la vita, individuale ed ecclesiale, su Cristo. Gesù stesso dice agli apostoli, dopo la lavanda dei piedi, di fare altrettanto tra di loro (cfr Gv 12, 13-15). Pietro afferma che Cristo ha lasciato l’esempio, perché ne seguiamo le orme (cfr 1 Pt 1, 21). Giovanni dice che bisogna comportarsi come Cristo (cfr 1 Gv 2, 6).
Nasce, così, la vocazione alla sua sequela. Egli stesso chiama a seguirlo (cfr Mc 1, 16-20; 2, 14). Si tratta della vocazione a condividere la sorte del Salvatore, pagando di persona come ha pagato lui con la sua morte di sangue. Infatti dice al giovane ricco: Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri; poi, vieni e seguimi (Mc 10, 21).

b. Dio chiama in Cristo
Tutti sono chiamati alla santità (cfr LG cap. 5) e alla santità perfetta (cfr n. 11), che non è altro che la santità alla perfezione dell’amore (cfr nn. 39-40); è la vocazione alla salvezza, a cui tutti si è chiamati (cfr n. 13; AA 2).
Dio rivolge in Cristo questa vocazione, che è nello stesso tempo grazia e imperativo: dono fatto alla persona, che diventa imperativo da realizzare nella concretezza della vita personale nella società.

c. Il cristiano è impegnato a dare la ‘risposta’
La morale deve essere vista come risposta del cristiano al dono di grazia ricevuto dalla chiamata. Risposta che va data ogni giorno nella quotidianità della vita. L’agire dell’uomo cristiano deve essere un agire di risposta a Dio che chiama. Risposta concretizzata in azioni che abbiano lo stile della risposta di carità per Dio e per il prossimo.
Da qui nasce la necessità consequenziale dell’obbligo di portare frutti di carità per gli altri.

d. Obbligo non coartazione
La carità non è imposizione, ma frutto naturale dell’essere in Cristo: Chi rimane unito a me, porta molto frutto (Gv 15, 2-5). Gesù dona al cristiano il suo Spirito, che opera in lui attivamente e lo spinge a produrre frutti di amore. Il primo frutto dello Spirito elencato in Gal 5, 22 è l’amore: frutto dello Spirito è la carità, che si esprime nella socialità dei rapporti con la gioia, la pace, la pazienza, la bontà, la longanimità, il dominio di sé.
Dall’azione dello Spirito nell’intimo del cristiano nasce l’imperativo della carità, come esigenza di risposta al dono ricevuto. Del resto dono-esigenza è una categoria morale biblica 20 .
Questo frutto della vocazione del cristiano è avere carità per gli uomini di questo mondo con azioni concrete. Ogni azione, perché sia cristiana, deve essere animata dalla carità.
Azioni che diano vita, vita vera, che Gesù è venuto a portare (cfr Gv 10, 10; 6, 52); azioni che siano opere che influiscano socialmente, perché la vita del mondo umano sia difesa e aumentata, perché ci si prenda cura dell’uomo e del mondo degli uomini.
Questa vita deve essere intesa globalmente: ci sono bisogni immanenti umani, ma anche bisogni trascendenti. La carità del vivere morale del cristiano deve mirare a fare in modo tale che l’uomo viva una vita umana degna di sé, ma che lo aiuti anche ad elevarsi fino a Dio, a Dio-amore, vero senso dell’esistenza umana.
Anche in questo aspetto ci soccorre Cristo come modello. Egli ha amato il Padre e gli uomini (cfr Gv 15, 10; 13, 34); ha amato l’umanità fino al dono totale di sé: è venuto per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20, 28); spogliò se stesso (Fil 2, 7); ha dato se stesso per me (Gal 2, 20); questo è il mio sangue dell’alleanza versato per molti in remissione dei peccati (Mt 26, 28).
Se così Cristo, così anche il cristiano nella propria vita morale; se ha amato così Cristo, così il cristiano deve dare l’anima per tutti. Questo amore cristiano deve essere espresso con le virtù sociali della giustizia, generosità, comprensione; la carità stessa deve essere la causa motivante la giustizia sociale e le virtù connesse con essa.

e. Dove si attinge questa ‘agape-caritas’?
Nella risposta morale all’invito di Cristo di mangiare il suo corpo, bere il suo sangue: Prendete e mangiate, Bevetene tutti (Mt 26, 26. 27). È atto che rende concorporei e consanguinei 21. Concorporeità e consanguineità con Cristo, Figlio del Dio vivente e con ogni uomo e ogni donna, figli di Dio nel Figlio, che li rende familiari di Dio e tra di loro.
Se il cristiano si accosta al corpo e al sangue di Gesù positivamente, porterà i frutti della sua vocazione, l’obbligo morale-spirituale di amare concretamente i fratelli cristiani e in umanità: la convivialità, l’accoglienza dell’altro, diverso da sé per famiglia, cultura, religione; l’altro sarà l’icona dell’Altro.
Se invece il cristiano si accosta al corpo e al sangue di Cristo indegnamente, le conseguenze saranno le divisioni, le scissioni, il disprezzo dell’altro, la rottura dentro la “Chiesa di Dio”, come ricorda Paolo in 1 Cor 11, 18-22. 27.
Chi si accosta al corpo e al sangue di Cristo dovrà avere le stesse disposizioni di Cristo e dovrà vivere come Cristo. Infatti Giustino afferma:
A nessuno altro è lecito partecipare all’eucaristia, se non a colui che crede che sono vere le cose che insegniamo, che è stato lavato per la remissione dei peccati e la rigenerazione e per un bagno di rigenerazione, e che vive così come Cristo ha insegnato” 22 e come ha vissuto lui.
Quanto Gesù ha fatto nell’ultima cena e quanto avviene nel fare memoria della sua morte, partecipando al mistero del suo dono totale con il mangiare e bere il suo corpo e il suo sangue, è moralmente impegnativo per ogni cristiano. Egli ha il compito di ripartire sempre da Cristo eucaristico per fare comunione nella comunità e porsi al servizio di tutti. È quanto Giovanni Paolo II ha suggerito: Occorre continuare a camminare ‘ripartendo’ da Cristo, cioè dall'eucaristia. Camminiamo con generosità e coraggio ricercando la comunione all'interno della nostra Comunità ecclesiale e dedicandoci con amore al servizio umile e disinteressato verso tutti, specialmente i più bisognosi. Su questo cammino Gesù ci precede con il dono di sé fino al sacrificio e ci offre se stesso come cibo e sostegno 23 .
È il risvolto positivo del discorso fatto da Paolo ai Corinti: mangiare e bere degnamente il corpo e il sangue di Gesù unisce la comunità dei battezzati e sollecita al rispetto e al servizio dei poveri, che a Corinto rimanevano gli ultimi.


4. CONCLUSIONE

I tre aspetti della comunione al corpo e al sangue di Cristo (biblico, pastorale, morale) sono strettamente legati tra di loro a livello di contenuti, ma soprattutto nella vita di ogni fedele. Potremmo chiedere a ogni cristiano: dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei; dimmi di che cosa ti nutri e ti disseti e ti dirò come puoi vivere e di che cosa sei capace nella tua vita morale. Ognuno e tutti, perché corpo di Cristo, dovremmo essere i poeti dell’eucaristia: mangiando e bevendo il corpo e il sangue di Cristo dovremmo poetare (= etimologicamente fare), cioè fare dell’esistenza un atto d’amore, come Cristo, per la vita dell’umanità.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica esorta i fedeli a seguire l’invito di Gesù a mangiare e a bere il suo corpo e il suo sangue: Nella Comunione... i fedeli ricevono ‘il pane del cielo’ e ‘il calice della salvezza’, il Corpo e il Sangue di Cristo che si è dato ‘per la salvezza del mondo’ (n. 1355). Anche se la comunione solo sotto la specie del pane è la più abituale nel rito latino, tuttavia ‘la santa Comunione esprime con maggior pienezza la sua forma di segno, se viene fatta sotto le due specie. In essa risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico’. Questa è la forma abituale di comunicarsi nei riti orientali (n. 1390).
La comunione al corpo e al sangue di Cristo crea la comunità: L’Eucaristia fa la Chiesa. ... Cristo unisce coloro che ricevono l’Eucaristia a tutti i fedeli in un solo corpo: la Chiesa... L’Eucaristia realizza la chiamata a formare un solo corpo: ‘Il calice della comunione che noi benediciamo, non è forse comunione con il Sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo?’ (n. 1396).
Ricevere il corpo e il sangue di Cristo impegna moralmente: L’Eucaristia impegna nei confronti dei poveri. Per ricevere nella verità il Corpo e il Sangue di Cristo offerti per noi, dobbiamo riconoscere Cristo nei più poveri, suoi fratelli (n. 1397).
Il commento morale più valido a quanto Paolo rimprovera ai Corinti ricchi per non aver aspettato e rispettato i più poveri nella cena del Signore, ce lo offre Giovanni Crisostomo:
Hai gustato il sangue del Signore
e non riconosci così neppure il fratello...
e ora disonori anche la stessa mensa,
non ritenendo che sia degno dei tuoi cibi
colui che è stato reso degno di essere partecipe di essa 24.
La durezza del discorso non solo ai Corinti, ma anche a chi profana il convito eucaristico, “a noi moderni potrebbe sembrare molto duro e, forse, ingiusto, ma faremmo bene a prendere questo avvertimento sul serio e sforzarci di leggere meglio i segni che percepiamo nella nostra Chiesa, in cui esistono divisioni e gruppi opposti come a Corinto, e in cui l’Eucaristia viene profanata in mille altri modi, perché non ci compiacciamo inutilmente della nostra superiorità rispetto alla comunità di Corinto” 25.
La conclusione pastorale e morale è quella di un impegno da parte degli operatori pastorali e dei teologi: la dottrina eucaristica di 1 Cor 11, 17-34 dovrebbe essere “il nutrimento con il quale i nostri catechisti devono pascere i fedeli e una sfida ai nostri teologi perché la sviluppino e la traducano in un linguaggio adatto all’intendimento dell’uomo del terzo millennio” 26.


NOTE – 1 Cfr Didaché, 9, 10. 14; Giustino, Apologia 1, 65. - 2 Cfr Tertulliano, Apologetico, 39; Ippolito, Tradizione ecclesiastica, 49. - 3 Cfr R. Penna, Le lettere di Paolo, Marietti, Casale Monferrato (AL) 1981, 78. - 4 Il racconto dell’istituzione dell’eucaristia fatto da Paolo è “il documento più antico e più ampio sulla ‘cena del Signore’ inserita nel contesto di un’assemblea conviviale della prima chiesa”: R. Fabris, Prima lettera ai Corinti, Paoline, Milano 1999, 144. A questo lavoro spesso abbiamo fatto riferimento. Cfr anche P. Pezzoli, Prima lettera ai Corinti. L’annuncio di Cristo in un mondo pagano, S. Paolo, Cinesello Balsamo (MI) 2000; M. Brunini, Lettera pastorale della prima lettera ai Corinzi, EDB, Bologna 2000. - 5 Cfr A. Poppi, I quattro vangeli. Commento sinottico, EMP, Padova 19986, 223. Qualche esegeta parla di invito da parte di Gesù a mangiare e a bere. - 6 Ib., 349. - 7 Cfr ib., 603. - 8 Didaché, in T. Veglianti (a cura), Testi patristici sul sangue di Cristo: IV, Padri greci I-II secolo, Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1997, 15-17. Questa opera riporta il testo greco (desunto dalle edizioni critiche più moderne e attendibili), la traduzione, la presentazione biografica degli autori e l’inquadramento del testo nel contenuto del curatore. - 9 Giustino, Apologia 1, 65, 5, in ib., 87 s. - 10 Ippolito di Roma, Tradizione apostolica, 21, in ib., V, Padri greci III secolo, Roma 1999, 29. Anche nei nn. 25 e 26 della Tradizione apostolica si parla della comunione al pane e al calice. - 11 Cirillo di Gerusalemme (315-387), Catechesi mistagogiche, V, 21. 22, in ib., VI/1, Padri greci IV secolo, Roma 2000, 423-425. - 12 Giovanni Crisostomo, Catechesi, 3, 12, in ib., VI/2, Padri greci IV secolo, 911. – 13 Testo citato in R. Altobelli, “ ‘Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore’. Aspetto biblico, pastorale, etico della comunione sotto le due specie”, in F. Attarda e P. Parlotti (a cura), Teologia morale e pastorale in dialogo, Las, Roma 2002, 225. - 14 Per una ricostruzione storica accurata della comunione anche al calice, cfr B. Conti, La comunione al calice, “Quaderni Sanguis Christi”, 3, Pia Unione del Prez.mo Sangue, Roma 1981. Da questo lavoro riprende la trattazione L. Della Torre, Bere al calice eucaristico, Inserto della rivista di Pastorale liturgica, poi pubblicato anche nella collana “Quaderni Sanguis Christi”, 10, Pia Unione del Prez.mo Sangue, Roma 1984. - 15 Cfr Enchiridion Documentorum Instaurationis Liturgicae, I, 1963-1973, Torino 1976. - 16 G. Pasqualetti, Riforma liturgica, in D. Sartore-A. M. Triacca (a cura), Nuovo Dizionario di Liturgia, Paoline, Roma 1984, 1193. - 17 Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, VII, 1, in Veglianti, Testi, o. c., IV, 43. - 18 Motivazioni riprese da Eucharisticum mysterium (25.5.1967), in EV 2/1332. - 19 Per questo tema facciamo riferimento a J. Fuchs, “Theologia moralis perficienda: votum Concilii Vaticani II”, Periodica de re morali, canonica, liturgica 55 (1966), 499-548. - 20 Cfr S. Bastianel-L. di Pinto, “Per una fondazione biblica dell’etica”, in T. Goffi-G. Piana (a cura), Corso di morale, 1, Vita nuova in Cristo, Queriniana, Brescia 1989. - 21 Catechesi di Gerusalemme, 22, Mistagogica 4, in LO, Sabato fra l’ottava di Pasqua: Nel segno del pane ti vien dato il corpo e nel segno del vino ti vien dato il sangue, perché, ricevendo il corpo e il sangue di Cristo, tu diventi concorporeo e consanguineo di Cristo (sottol. nostra). - 22 Apologia 1, cap. 66) (sottol. nostra). - 23 Giovanni Paolo II, Omelia nella solennità del corpo e sangue di Cristo, 14.6.01, in OR del 15-16 giugno 01, 6-7. - 24 Giovanni Crisostomo, Homiliae in primam ad Corinthios, 27, 5, in Veglianti, Testi, o. c., VI/2, 1183. - 25 P. Grech, “Aspetti eucaristici nella prima lettera ai Corinzi”, in Eucaristia: santità e santificazione, L.E.V., Città del Vaticano, 27. - 26 Ib., 30.


BIGLIOGRAFIA - B. CONTI, La comunione al calice, “Quaderni Sanguis Christi”, 3, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1981. - R. FABRIS, Prima lettera ai Corinti, Paoline, Milano 1999. - GIOVANNI PASOLO II, Lett. Enciclica Ecclesia de Eucharistia, LEV, Città del Vaticano 2003. - T. GOFFI-G. PIANA (a cura), Corso di morale, 1, Vita nuova in Cristo, Queriniana, Brescia 1989. - INSTITUTIO GENERALIS ex editione typica tertia cura et studio Congregationis de Culto Divino et Disciplina Sacramentorum excepta, LEV, Città del Vaticano 2000. Traduzione, approvazione e pubblicazione in italiano: CEI, Ordinamento Generale del Messale Romano secondo la terza edizione tipica, LEV, Città del Vaticano 2004. - R. PENNA, Le lettere di Paolo, Marietti, Casale Monferrato (AL) 1981. - A. POPPI, I quattro vangeli. Commento sinottico, EMP, Padova 19986. - D. SARTORE-A. M. TRIACCA (a cura), Nuovo Dizionario di Liturgia, Paoline, Roma 1984. - L. DELLA TORRE, Bere al calice eucaristico, “Quaderni Sanguis Christi”, 10, ed. Pia Unione Prez.mo Sangue, Roma 1984.